Diciamo la verità: ci avevamo sperato. Nonostante il nostro scetticismo sul governo Monti, diretta espressione delle lobby finanziarie che stanno causato la crisi, credevamo che il ricambio del personale politico di governo, dopo gli anni tragicomici di Berlusconi, Tremonti, Gelmini e Sacconi, avrebbe almeno spazzato via un po’ di luoghi comuni e portato il dibattito a un livello dignitoso.
La nomina di Elsa Fornero, un’accademica seria e competente, al ministero del lavoro e delle politiche sociali, ad esempio, poteva fare piazza pulita della retorica della guerra generazionale e dell’ossessione di Sacconi per la libertà di licenziamento, in modo da rendere possibile un vero dibattito su come far uscire una generazione di giovani dalla precarietà e garantire l’universalità e la sostenibilità di un sistema di welfare inclusivo.
L’intervista del 18 dicembre della ministra Fornero al Corriere della sera va invece in senso opposto. La ministra lancia il percorso di riforma del mercato del lavoro citando apertamente le linee guida del famigerato modello Ichino: un unico contratto di lavoro, che parta con un basso livello di tutele e salario e poi cresca, ma senza mai raggiungere la garanzia dal licenziamento.
Ma a fare particolarmente impressione è la retorica di Fornero, degna del peggior Sacconi: lo statuto dei lavoratori è definito una vittoria della generazione dei padri contro i figli, i lavoratori che stanno pagando duramente sulla propria pelle i costi della crisi sono definiti «il solito segmento iperprotetto», la condizione di precarietà dei giovani viene strumentalizzata per lanciare un attacco a 360° al diritto di lavoro.
È il solito trucchetto: si sfruttano il disagio della precarietà e la sacrosanta richiesta di riunificare il mondo del lavoro per far passare una riforma che semplicemente estende a tutti i lavoratori il ricatto della perdita del posto del lavoro. Liberalizzare i licenziamenti vorrebbe semplicemente dire rendere tutti precari. Il famoso contratto unico di Ichino, i cui contenuti spieghiamo sinteticamente nella nostra scheda tecnica, anche se davvero eliminasse i contratti atipici, toglierebbe a tutti la possibilità di ambire a un posto di lavoro stabile e tutelato.
Insomma; un contratto unico sì, ma precario.
È evidente il tentativo di scaricare ulteriormente sui lavoratori il costo della crisi. La ministra Fornero e il governo Monti sono liberi di perseguire quest’obiettivo, tradendo tutte le promesse di cambiamento con cui si erano presentati e mettendosi in perfetta continuità con il governo Berlusconi. Ma abbiano almeno la decenza di farlo basandosi sulle proprie argomentazioni e i propri obiettivi, invece di nascondersi dietro alla retorica dei giovani precari. Se volete precarizzare ulteriormente il lavoro, almeno non fatelo in nome nostro.
Non si capisce, davvero, in che modo la libertà di licenziamento universale potrebbe far uscire i giovani dalla precarietà. Monti e Fornero vogliono davvero occuparsi dei giovani precari? Bene, intanto inizino a confrontarsi con le loro proposte minime di dignità. E poi, se vogliono costruire un contratto unico, lo facciano tutelato e stabile per tutti.
Questa è la sfida che lanciamo: fate il contratto unico, ma non fatelo precario. Altrimenti, i giovani che dite di voler aiutare saranno di nuovo in piazza, per dire no alla precarietà universale, per chiedere una vera riforma del lavoro, per rivendicare un nuovo welfare universale.
Il contratto unico precario non ci rappresenta, NOT IN OUR NAME!
da RetedellaConoscenza.it










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